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PREFAZIONE 19
biologia, con un accordo o una regola di comportamento universale, raggiungendo la
pace tra le nazioni? Siamo altrimenti consapevoli del rischio di una immensa catastrofe,
eninteso limitata al nostro piccolo pianeta? Oppure potremo nel futuro arrivare a
cogliere il piacere, la curiosità di capire l'Universo e noi stessi, dei quali ancora sappiamo
tanto poco?
Questa nostra ambiguità del futuro ci riporta ancora ad Enrico Fermi. Infatti egli,
non da solo, con la scoperta dell'energia nucleare ci ha portato sulla sottile cresta tra
due mondi, tra la liberazione e la catastrofe. Ci ha anticipato un futuro ancora ignoto e
che ormai ci spetta.
Molti si sono chiesti cosa Fermi pensasse delle nuove forze da lui suscitate, delle
conseguenze sul futuro dell'umanità.
Il problema è ampio, perchè ci porta a valutare l'uomo Fermi, lo scienziato, e con lui
la responsabilità degli scienziati nella futura storia umana. Molto si è meditato e si è
scritto su questo problema, e su quello che Fermi veramente pensasse (vedi la Celebrazione
Fermiana del 1992 [8].) Una cosa è da ricordare: egli non amava uscire, nei suoi scritti e
nelle sue affermazioni, dal campo della fisica.
Citerò solo, incompleto esempio, due casi in cui impegnò la sua coscienza morale, ed
un pensiero espresso ad Edoardo Amaldi e Gilberto Bernardini.
Uno è il finale del messaggio che Fermi mandò a Hutchinson, presidente della Univer-
sità di Chicago il 6 settembre 1945 (ref. [4], pago 163; ref. [3], pago 144). Egli commentava
lo sviluppo della bomba a idrogeno, dopo Hiroshima: "la potente bomba che dondola
anche in questi anni come la spada di Damocle sopra le nostre teste". In questa lettera
egli scrisse, tra l'altro:
"Il nuovo mezzo di distruzione ha tale potenza che in caso di guerra tra due potenze
entrambe dotate di queste armi, entrambe avrebbero le loro città distrutte. . .. La pos-
sibilità di un accordo internazionale dovrebbe essere subito esplorata con energia e con
speranza. Che questo accordo internazionale sia possibile, è oggi la più fervida speranza
degli uomini che hanno contribuito a questi sviluppi."
L'altro caso si ritrova in una lettera che egli scrisse insieme a I. Rabi nel 1947 (ref. [8],
pago 231; [4]' pago 169; [3], pago 144):
"Il fatto che la capacità di distruzione di questa arma sia illimitata fa sì che la sua
stessa esistenza e la conoscenza del modo di costruirla rappresentino un pericolo per
l'intera umanità. È ineluttabilmente un male sotto qualunque punto di vista. Per questa
ragione ci pare importante che il Presidente degli Stati Uniti dichiari agli americani ed al
mondo intero che in base a principi etici fondamentali noi giudichiamo che sia un grave
errore intraprendere lo sviluppo di quest'arma."
Spero in fine di riportare correttamente un suo pensiero, che ho solo ricevuto
verbalmente da Amaldi e Bernardini. Nel 1954 a Varenna, a pochi mesi dalla sua morte,
egli disse che questo nuovo secolo potrebbe essere decisivo della storia umana, oscillante
come è tra una possibile tragedia assoluta, e l'inizio di una epoca di nuova serenità.
Sono consapevole che il lavoro dei saggi, scienziati o no, per portare luce nel groviglio

